Tutti i gatti ci portano da qualche parte e ciascuno in un luogo diverso
Il potere di redenzione dei gatti
Tutti i gatti ci portano da qualche parte e ciascuno in un luogo diverso.» Michael King, ex chef sulla cinquantina, vive sulla strada da dieci anni e ha perso tutto. I suoi vividi occhi azzurri sono ormai oscurati da borse e il suo viso è scavato dall’alcol e dalle notti passate in giacigli di fortuna. Quando in una sera di pioggia, a Portland, Oregon, s’imbatte in una piccola gattina affamata e ferita, che sembra essere messa persino peggio di lui, decide di spendere i suoi ultimi tre dollari per nutrirla e rimetterla in sesto, ribattezzandola Tabor, come il nome della tavola calda dove l’ha trovata. Finalmente, dopo tanto tempo, Michael ha un motivo per cui andare avanti. Ormai inseparabili, con il primo freddo, i due si dirigono verso Sud, direzione California. Lungo la strada, la bizzarra coppia attira inevitabilmente l’attenzione di molti che si adoperano per aiutarli. Michael è esterrefatto: non ha mai ricevuto così tanto amore come da quando ha Tabor con sé. Tuttavia, durante una visita dal veterinario, Michael scopre che la gatta ha un chip di identificazione e a Portland c’è un proprietario che non ha mai perso la speranza di trovarla. Decide allora di tornare sui propri passi, costringendo se stesso a imparare a vivere, e convivere, con questa nuova perdita.
SE VOLETE CONTINUARE LA LETTURA – un estratto dal libro In viaggio con Tabor, di Britt Collins
Walter gli stava raccontando di come lui e Michael si erano conosciuti all’Alcolisti Anonimi nell’estate del 1981. Mentre i tre entravano dal retro, Michael e Kyle udirono la fine della conversazione: «Michael stava attraversando Helena all’epoca e da lì è iniziato il nostro viaggio».
Poi, nel vedere il figlio, soggiunse: «Questo signore è un giornalista venuto per parlare con te». Quindi si alzò, scusandosi perché doveva dar da mangiare a «un gatto affamato». Gus stava protestando sulla soglia del soggiorno e Walter prese il suo cibo dalla credenza, versandolo nella piccola ciotola di porcellana sul bancone.
Il giornalista baffuto era Al Knauber, dell’Helena Independent Record. Si alzò per stringere la mano a Michael. Aveva saputo di lui e della gatta viaggiatrice dal veterinario e voleva parlargli prima che lasciasse la città insieme a Tabor.
Kyle uscì a fumare in giardino. Tabor spiccò un balzo sul tavolo della cucina e crollò su un fianco facendo le fusa, beata e spossata dopo la loro avventura.
«È sfinita. Il mio amico Kyle e io l’abbiamo portata in campeggio sulle montagne», spiegò Michael e poi raccontò la storia del suo ritrovamento. «Vedo gatti di continuo. Non l’ho presa perché ne volevo uno. Era bagnata, impaurita e scheletrica.»
Guardò Tabor riversa sul tavolo, la sua bellissima e soffice testa simile a un crisantemo ciondolante oltre il bordo, gli occhi obliqui e semichiusi che lo osservavano assonnati, e gli venne un nodo in gola.
«Avevo davvero bisogno di compagnia», ammise, con gli occhi gonfi di lacrime. «Sono un senzatetto. La depressione è una brutta bestia là fuori. La gatta è stata un arcobaleno in un mondo buio.»
Michael fece una pausa mentre Gus entrava e usciva dalla cucina. «Tornerà a casa sua», continuò. «Sarà un giorno triste. Ci saranno sei o sette uomini che piangeranno il giorno in cui la restituirò. Mi ci sono affezionato. Il mio zaino peserà la metà, ma sarà un grosso vuoto, un grosso vuoto.»
Dopo la chiacchierata, accompagnò Al Knauber alla porta d’ingresso. Tabor alzò la testa insonnolita, seguendo con lo sguardo Michael mentre lasciava la stanza.
Poi Michael controllò la propria pagina Facebook e vide che Ron, il proprietario della gatta, gli aveva mandato un messaggio: Dia un’occhiata alle foto di Mata da piccola, Mike, sul mio album Ti prego, Mata, torna a casa. È tempo di srotolare il tappeto di benvenuto e festeggiare.
Michael gli rispose: Salve, Ron. Oggi il quotidiano locale è venuto da mio padre, volevano uno scoop. L’articolo sarà sul giornale di lunedì, l’Helena Independent Record.
Ron scrisse: Grazie, Mike. Mi hanno già chiamato e ci ho parlato stamattina. Non vedo l’ora di leggerlo. Prima che avesse modo di guardare le foto di Tabor e dei suoi quattro fratellini, suonarono alla porta. Era il fotografo del quotidiano. Alto, magro e sbarbato, con corti ricci biondi e occhi azzurri scintillanti, Dylan Brown era in genere l’unico fotografo del sabato che lavorava per il giornale cittadino e doveva correre da una storia all’altra. Walter lo fece entrare e Tabor trotterellò dalla cucina per raggiungere Michael in soggiorno.
Mentre Brown scattava qualche frettolosa foto di Michael con Tabor, fu subito colpito dal profondo affetto che legava l’uomo e la gatta.
Tabor amava tutte quelle attenzioni, camminando impettita e posando alla luce del flash.
«Amo questa gatta», dichiarò Michael, guardandola raggiante col suo sorriso dal dente spezzato. «Non credo neanche che dovrei apparire nelle fotografie. Tutti vogliono vedere la gatta, non un vecchio e sporco barbone come me.»
Come di proposito, Tabor saltò sul supporto della tv, proprio davanti a Brown, e guardò dritto verso l’obiettivo con quei suoi occhi verde eucalipto caldi ed espressivi.
Due giorni dopo, lunedì 17 giugno 2013, quello fu lo scatto che apparve sull’Helena Independent Record, sotto il titolo LA GATTA È STATA UN ARCOBALENO IN UN MONDO BUIO.
Fonte: Linkiesta.it